mercoledì 27 aprile 2011

LA VERITA' E' SEMPRE UMILE

Wanda Poltawska, la grande amica di Giovanni Paolo II:
“La verità è sempre umile, diceva”
“Rimane la forza religiosa del suo sguardo”.
“Ha sempre avuto l’idea di avere tante persone da amare e così poco tempo per farlo”.



“Ho frequentato il Santo Padre per più di cinquant’anni”.
Wanda Poltawska, 90 anni, ha uno sguardo intenso. È stata una grande amica di Karol Wojtyla e ha lavorato a lungo con lui in Polonia, prima che diventasse Papa.
“Sono una psichiatra e, come medico, ho collaborato con convinzione ai tanti centri di ascolto per giovani coppie della diocesi di Cracovia che lui aveva allestito. L’ho ascoltato ogni giorno, da allora. Lui ha sempre voluto, prima di tutto, salvare la santità dell’amore umano. Ha sempre voluto mostrare il progetto d’amore di Dio per l’uomo. Il Santo Padre ne è sempre stato sicuro in tutti questi anni: Dio ha creato l’uomo per la felicità e per la santità”.




Come nasce il carisma di Wojtyla?
“Il primo libro del giovane Karol Wojtyla era dedicato al tema dell’amore e della responsabilità”.
Si tratta di “Strade d’amore”, pubblicato in Italia, per la prima volta nel 2002.
“Descrisse in quelle pagine la grandiosità e l’infinita generosità del progetto di Dio. Nel suo secondo libro si occupò invece di chi deve avere e di chi deve dare quell’amore. Sono i figli di Dio. Noi siamo tutti figli di Dio.  È questo il motivo per il quale il Santo Padre era così interessato alla difesa della vita umana. Una volta mi disse che tutti i problemi si possono risolvere pensando alla genealogia divina. Siamo tutti figli di Dio. Il Santo Padre credeva veramente che ognuno di noi sia figlio di Dio. Non una creatura di Dio, come gli animali, ma un vero e proprio figlio di Dio che, quindi, è erede ed è amato come solo un figlio può essere amato. Il Santo Padre voleva che la gente capisse e credesse in questo perché un tale concetto della persona umana implica il dovere di vivere in un modo speciale. Si è figli di Dio e, come dicono i francesi, noblesse oblige”.



Perché tutti rimanevano colpiti dal suo sguardo?
“Quando si era insieme con il Santo Padre si provava una profonda commozione perché ci si sentiva guardati e capiti. Nell’intimo. Lo sguardo del Santo Padre era quello di una persona che era in grado di vedere le tracce genealogiche della nostra ascendenza divina. Era questo che guardava. Era questo che amava in noi. Il mio lavoro di psichiatra ebbe una svolta quando Mons. Wojtyla mi fece riflettere su questa verità. Questo infatti è ciò che veramente può aiutare la gente. Il Santo Padre era convinto che la persona umana sia sempre in fieri e che, quindi, possa svilupparsi per compiere quel progetto di felicità e di santità che Dio ha creato per tutti i suoi figli”.
Giovanni Paolo II si è sempre interessato alla famiglia. In un epoca di confusione sul tema, questa sua determinazione fa ancora più impressione.
Lo sviluppo di un individuo nasce nella propria famiglia. Se i genitori indirizzano male questo sviluppo, l’uomo passa poi il resto della vita nell’infelicità e nel tentativo di raddrizzare ciò che è stato fatto storto. Il  Santo Padre teneva moltissimo alla famiglia come fonte della felicità e della santità dell’uomo. La persona umana è stata creata per la salvezza e la pienezza del bene”.
Di lui hanno detto che è stato un grande comunicatore.
“Non c’era trucco nella sua comunicazione. C’era invece la forza dirompente della Buona Novella. Dio ci ha creato per essere felici e santi. Per essere santi e felici. È tutto qui. Ma non è poco. E, soprattutto, non c’è l’ombra di una contraddizione. Santi e felici. Felici e santi. Era solo questo il segreto della forza travolgente della sua comunicazione. Lui amava veramente il prossimo. Ogni persona è stata trattata dal Santo Padre come una persona speciale. Questa sua attitudine verso il prossimo era quella che, alla fine, i mass media non hanno potuto fare a meno di registrare. Il suo rispetto per il prossimo è sempre stata la molla di tutti gli incontri che ebbe da vescovo e, dopo, da Papa a Roma. Si parla tanto di mezzi di comunicazione di massa ma ci si sofferma poco sul fatto che l’arma di comunicazione più forte della Chiesa contemporanea sia ancora quella di duemila anni fa: l’omelia. Il contatto diretto con il prossimo e la forza della parola. Sono stati questi gli strumenti vincenti della comunicazione di Giovanni Paolo II. E lo saranno sempre di più per la Chiesa del Terzo Millennio”.
Il suo rapporto con i mass media?
“Il Papa non è stato ripreso dai mass media, non ha avuto un atteggiamento passivo nei confronti di telecamere e microfoni. Sapendo benissimo cosa dire, e perché, è stato lui ad usare i mezzi della comunicazione per raggiungere il prossimo in ogni angolo del mondo”.
Una comunicazione fortemente caratterizzata dal fatto religioso.
“La dimensione globale della comunicazione del suo pontificato ha avuto un significato teologico ed era riconducibile alla vocazione missionaria della Chiesa. Il Santo Padre ha sempre rivolto il suo messaggio a tutti, credenti e non, cattolici e non. Siamo tutti figli di Dio, ha sempre detto Giovanni Paolo II. Tutti, anche i non battezzati in Cristo”.
Come agiva Wojtyla in Polonia, sotto il comunismo?
“Era impossibile organizzare incontri di massa. Per questo motivo le occasioni di udienza con il Vescovo erano costruite in luoghi diversi dal vescovato ed erano dedicate di volta in volta a gruppi professionali diversi fra di loro: medici, architetti, giornalisti, ecc. Ognuno di questi incontri era preparato con cura per sfruttare nel migliore dei modi il poco tempo a disposizione. Una o due persone preparavano delle schede che il vescovo leggeva con scrupolo. Al momento dell’incontro quindi scattava sempre la molla della sorpresa: i professionisti erano sempre interpellati nello specifico della loro attività”.
Che tipo di Vescovo era Wojtyla?
“Il Santo Padre, anche quando era vescovo, ha sempre evitato l’errore di un insegnamento calato dall’alto. Al contrario, entrando in contatto con la realtà, ha sempre trovato il modo per una comunicazione diretta con i suoi interlocutori. È il metodo che poi ha usato anche a Roma e nei suoi viaggi. È sempre stato lui a scendere in mezzo alla gente e non ha mai aspettato che fossero gli altri a salire da lui. È il motivo per cui ha fatto tanti viaggi. Era lo stesso anche in Polonia. Ha sempre avuto l’idea di avere tante persone da amare e così poco tempo per farlo. Quando era vescovo, gli capitava spesso di presiedere la celebrazione eucaristica in tre città molto distanti fra di loro. Durante il viaggio, poi, ne approfittava per scrivere e per leggere”.
Come faceva a vedere tante persone? La sua agenda è sempre stata frenetica e convulsa.
“Le persone che vedeva erano sempre molto diverse fra di loro. Dalle suore di Madre Teresa ai diplomatici dei paesi arabi. Lui, prima di ogni incontro, pregava  per la persona che stava per incontrare. Lo faceva sempre. Ogni volta. Quando poi si aprivano le porte e i visitatori entravano al suo cospetto, scattava subito la molla del contatto. È questo uno dei motivi dello straordinario carisma che si respirava anche durante gli incontri di massa, soprattutto con i giovani. Il Santo Padre, anche nelle assolate pianure piene di centinaia di migliaia di persone, cercava sempre il contatto con la singola persona. Anche quando aveva di fronte un milione di persone, parlava sempre in modo che ogni singolo sentisse quelle parole come dirette a lui personalmente, a lui come persone umana e figlio di Dio. È un sentimento di amore verso il fratello che la gente riusciva a percepire e che provocava commozione. Stava in questo atteggiamento la genialità nell’uso dei mass media.  Giovanni Paolo II non dava importanza ai mass media se non in quanto mezzi che gli permettevano di raggiungere le singole persone, il singolo figlio di Dio”.
Nell’ultima processione del Corpus Domini da lui presieduta a Cracovia prima di diventare Papa, all’ultima stazione accusò i giornalisti di non collaborare al processo di evangelizzazione.
“Lo scandalismo e il catastrofismo contribuiscono a creare nel pubblico un clima di sfiducia verso il proprio avvenire. Un sentimento negativo che è contrario allo spirito di speranza che invece è tipico della Buona Novella del Nuovo Testamento”.
Ricorda la prima volta che lo incontrò dopo la sua elezione al Soglio Pontificio?
“Quando andai a Roma la prima volta ebbi una fortissima impressione. Dissi a mio marito che sembrava una farfalla che aveva finalmente compiuto il proprio processo di sviluppo e che poteva finalmente volare. Da allora non ha mai smesso di volare. Per annunciare la nostra felicità e per indicarci la strada per la santità. Ma nonostante la bellezza del suo volo, non abbiamo mai smesso di sentirlo vicino in tutti questi anni. “La verità è sempre umile”, diceva. Voleva ricordarci che si deve imparare a parlare con Dio. Fermiamoci, ci diceva, Dio parla in silenzio. Il Santo Padre era una persona di una fede così profonda che è difficile da immaginare. Se ancora oggi viene considerato un grande comunicatore è perché aveva così tanto da comunicare. A tutti”.

sabato 23 aprile 2011

Nanni Moretti? Un prete mancato.

Curiosa e affascinante è la sintonia che un ateo miscredente di sinistra come il regista Nanni Moretti ha nei confronti del mondo dei sacerdoti. Nel suo nuovo film, “Habemus Papam”, già in testa agli incassi del botteghino italiano e pronto per andare a fare una passerella d’onore al prossimo festival di Cannes di maggio (i francesi lo adorano), Moretti parla di un Pontefice schiacciato dal peso della responsabilità. Interpretato da uno splendido Michel Piccoli (recita in italiano con esitazioni e accenti da francese), il nuovo Papa succede a Giovanni Paolo II (il film si apre con il repertorio del funerale di Wojtyla montato come fosse materiale nuovo e mai visto, bellissimo) ma, al momento di affacciarsi per la prima volta al Balcone delle benedizioni, caccia un urlo disumano e corre a rifugiarsi nella Cappella Sistina.
“Come Pietro – diceva Giovanni Paolo II – il Papa è chiamato ad essere una pietra, a confermare i suoi fratelli nella fede”.  Non fa così invece il personaggio del film di Moretti. Più che una pietra, sembra fragile e ondivago come la società “liquida” di cui parla il sociologo Bauman, il teorico dell’età dell’incertezza. Per convincere il riluttante nuovo Papa ad accettare l’incarico, i Cardinali decidono di chiamare uno psicoanalista interpretato da Nanni Moretti. Rimarranno tutti chiusi in Vaticano in un prolungamento innaturale del Conclave. Il terapeuta, per ingannare il tempo, organizzerà anche un surreale torneo di volley fra i porporati. Non sanno però che il Papa intanto è scappato e, in incognito, gira per Roma. Si tratta di un curioso espediente narrativo. Il dottore ateo e miscredente entra in Vaticano con religiosi e cardinali e, nella sua stanza, c’è solo un libro, la Bibbia. Il Papa in abiti borghesi invece, come Zavattini, prende il tram alla ricerca dell’umanità perduta. Ciò che colpisce coloro che frequentano la Curia romana è la capacità tutta morettiana di penetrare nella psicologia di sacerdoti e vescovi, nelle loro incertezze e nella loro umanità spicciola. Moretti trascura però completamente la dimensione religiosa.
“Sono Papa da due anni – aveva detto Benedetto XVI nel 1980 durante un incontro con i giovani in Francia -. Da più di venti sono Vescovo, eppure la cosa più importante per me rimane il fatto di essere un sacerdote. Potere ogni giorno celebrare l’Eucarestia, poter rinnovare il proprio sacrificio in Cristo, riportando, attraverso Lui, ogni cosa al Padre, il mondo, l’umanità e me stesso”. Ben diverso è invece l’atteggiamento del Papa e dei Cardinali raccontati da Moretti. Mai, neanche una volta, si riferiscono a Dio. Solo verso la fine del film, un piccolo prete in una chiesa romana semideserta parla della Misericordia del Signore nei confronti dei tanti difetti dell’umanità bisognosa di perdono. Un po’ poco anche per un miscredente come Moretti. “Io penso – aveva detto Benedetto XVI la scorsa estate ad alcuni sacerdoti romani - che, soprattutto, sia importante che i fedeli possano vedere che questo sacerdote non fa solo un ‘job’, ore di lavoro, e poi è libero e vive solo per se stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo”. Ovviamente non c’è traccia di questo fuoco nel film di Moretti. Ma la sua insistita volontà di mettere in secondo piano il trascendente è in parte compensata dalla sua straordinaria capacità di guardare dentro il disagio dei preti dell’età moderna. Lo aveva fatto anche con “La messa è finita”, il suo film del 1985 dedicato al tormento del giovane sacerdote Guido, costretto a vivere il suo ministero fra i coetani confusi e sbandati, cresciuti sulle ceneri dei movimenti giovanili e degli anni di piombo. “La messa è finita” venne proiettato allora anche nel corso delle “Settimane sociali” organizzate dalla Cei. Gli oltre cinquecento sacerdoti, che in quei giorni videro il film di Moretti, reagirono con grande empatia. Risero, si commossero e, alla fine, applaudirono. Si tratta di una sintonia veramente stravagante tanto da far pensare che forse lo stesso Moretti sia una specie di prete mancato.
Dove nasce questa attrazione di Moretti verso il ministero sacerdotale? “Tutto questo accade perché il nostro celibato sfida il mondo, mettendo in profonda crisi il suo secolarismo ed il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è presente!”, suggerisce uno scritto del cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero. È da credere comunque che stia in questa ambivalenza la ragione della mitezza del giudizio dei cattolici sul film. Mentre da una parte non si può non registrare l’assenza del Mistero, dall’altra in molti sono stati tratti in inganno dalla capacità di Moretti di farsi “prete” anche se ateo. Da Messori a Ravasi, dal neoconvertito Giuliano Ferrara (“Non l’ho ancora visto ma già mi piace”, ha scritto l’elefantino) agli esperti della Commissione Valutazione Film della Cei, nessuno ha sparato a palle incatenate sul film tranne che per una lettera pubblicata ieri su "Avvenire" e su “Piùvoce”. “Sulla crisi di identità che attanaglia il neo eletto pontefice, il regista getta uno sguardo di comprensione ampia e generosa – scrivono gli esperti della Cei nella scheda preparata per le sale parrocchiali - , la radiografia di una `repulsione` improvvisa, che non trova origine né lascia intravedere soluzioni. Una parabola sulla rinuncia che il mestiere furbo e esperto di Moretti lega anche e comunque alla cassa di risonanza massmediatica che la scelta del mondo vaticano comporta. Dal distacco tra lo scenario scelto e l`approccio un po` elementare nel descriverlo, deriva che il film, dal punto di vista pastorale, é da valutare come complesso e segnato da superficialità”. Invece il film meriterebbe forse una maggiore attenzione. Alla fine il Papa di Moretti dice: “Non sono la guida che state cercando”. A chi si riferisce? 

Pubblicato su Piuvoce.net

venerdì 22 aprile 2011

SISTEMA CINEMA PIEMONTE





Rubini, Soldini, Volo, Genovese, Vanzina, Ponti, Calopresti, Emmer, Manuli, Avati, Bruni Tedeschi, Martinelli, Ferrara, Lizzani, Gaglianone, Bonivento, Zaccaro,  Montaldo, Sorrentino, Base, Torrini, Infascelli, Patierno, Ferrario, Capotondi, Grimaldi, Capitani, Marino, Argento, Capuano, Molaioli, Faenza, Venier, Bonivento, Carpi, Lucini, De Seta, Archibugi, Giordana, Tognazzi, Amurri, Lucchetti, Segre, Martone, Chiambretti, Samperi, Chiesa, Pozzessere, Corsicato, Comencini, Haber, Chiambretti e ovviamente Mazzacurati (da cui il titolo di questa rubrica) sono solo alcuni dei tanti registi che hanno girato in Piemonte. Ci sarà pure un motivo per il quale il Piemonte è oggi la regione cinematografica più attiva d’Italia, dopo il Lazio. Insieme con teatri di posa da far invidia a Cinecittà, ad una film commission iperattiva e ad un centro di formazione d’eccellenza, quello del CSC di Alberoni, il Piemonte ha varato anche il primo fondo di investimento cinematografico nazionale dedicato in gran parte ad agevolare tutte le pratiche relative a tax credit e tax shelter (per l’incontro fra imprese e cinema). Il fondo è stato costituito proprio grazie al forte sostegno della finanziaria regionale, Finpiemonte, e su imput specifico della giunta di Roberto Cota. Si tratta del F.I.P. (Film Investimenti Piemonte) guidato da Paolo Tenna. A tenere a battesimo le prime coproduzioni del F.I.P. (come riferisce Stefano Radice su queste pagine) nel convegno su “New Business? Show Business!” tenutosi prima di Pasqua a Torino, c’era una parte non marginale del cinema italiano. Da Luciano Sovena, Amministratore Delegato di Cinecittà Luce, a Domenico Procacci con la sua Fandango. Da Mario Gianani, il rappresentante più brillante della nuova generazione di produttori cinematografici italiani, a Lionello Cerri. Da Nicola Borrelli, direttore generale del Cinema del Mibac, all’avvocato Bruno della Ragione. C’erano anche i produttori esecutivi più famosi di Roma e i direttori finanziari delle principali società di produzione cinematografica d’Italia. Se si sommano con i registi che hanno lavorato e lavoreranno a Torino, si può arrivare a dire che al momento c’è quasi più cinema italiano in Piemonte che in qualsiasi altra regione. Come si spiega? Per capire cosa sta succedendo nel Piemonte, si deve andare a leggere un altro elenco di persone, quello dei torinesi e dei piemontesi che in questi mesi si sono dati da fare al fianco di Tenna per la costituzione del Fondo di investimento cinematografico. Eccolo. Si comincia con Michele Coppola, assessore alla cultura della Regione guidata da Roberto Cota e candidato sindaco alle prossime amministrative torinesi. Grande amico di Tenna, politico giovane e brillante, non lesina gli sforzi per capire e sostenere il cinema piemontese. C’è Giuseppe Cortese, responsabile della segreteria di Cota e braccio destro operativo della Presidenza della Regione con deleghe mica da ridere come quella per la riforma della sanità piemontese. Cortese, nonostante un’agenda impossibile, ha però voluto trovare il tempo anche per sostenere la razionalizzazione del Sistema Cinema e non sono poche le ore che in questi mesi ha dedicato alle riunioni organizzative con Tenna. C’è poi Massimo Feira, presidente della Finpiemonte. Insieme con il suo direttore generale, l’architetto Maria Cristina Perlo, è fin dal primo istante al fianco di Tenna per elaborare prospettive strategiche e follow up operativi sul piano finanziario. Ci sono infine due cinematografari d.o.c. del Piemonte come Steve Della Casa (Film Commission) e Alberto Barbera (Museo del cinema) i quali, senza soluzione di continuità dalla giunta regionale della Bresso a quella di Cota, si sono allineati con buona volontà e per l’obiettivo comune di incrementare i buoni risultati raggiunti finora. Non è poco. Si tratta di un quadro ben diverso da quello di altre regioni. “Amo il Piemonte e sono impressionato per la profondità e per il carattere inedito del rapporto che lega questa regione al cinema”, disse Roberto Cota, il governatore del Piemonte subito dopo essere stato eletto. Appunto.

giovedì 7 aprile 2011

Laboratorio Roma

La prossima sfida per il sistema festivaliero romano è quella di tramutarsi nel primo laboratorio politico bipartisan del cinema italiano. Il vero problema a Roma, come altrove, è infatti la mancanza di dialogo. Alcuni esempi? Il centrosinistra, invece di cavalcare la candidatura avanzata da Alemanno di un tecnico più di sinistra che di destra come Marco Muller, ha sparato a palle incatenate bloccandone la discesa a Roma. Anche la nomina di Caterina D’Amico alla Casa del Cinema è stata salutata da futili contestazioni. E il centrodestra? La nomina di Aurelio Regina alla guida dell’Auditorium voluta da Gianni Alemanno, per esempio, non ha convinto né Renata Polverini né Fabiana Santini, assessore cultura del Lazio. La morte politica prematura di Umberto Croppi, ex assessore cultura di Roma, inoltre, ha fatto saltare il tavolo del dialogo sul futuro dei festival cinema e fiction che la Regione Lazio aveva aperto in tempi non sospetti con il Comune. Ora i pontieri sono al lavoro e Dino Gasperini (il successore di Croppi) sta cercando di risalire la china con determinazione e buona volontà. Si tratta di un’attività febbrile ma che apparentemente finora ha prodotto poco. I temi sul tappeto, infatti, sono numerosi e sono troppo grandi perché possano essere affrontati senza una reale condivisione politica strategica. Oltre alle difficoltà di dialogo interne ai due schieramenti, c’è da considerare infatti il ruolo che Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma e terzo socio del sistema festivaliero romano, ha intenzione di giocare fino in fondo e senza sconti. Zingaretti è virtualmente già in campagna elettorale per il Comune di Roma, una corsa che è accompagnata dal sorriso di Goffredo Bettini, braccio destro di Veltroni e vero inventore e fondatore del Festival del Cinema di Roma. È difficile che voglia subire passivamente le decisioni altrui sul futuro della manifestazione culturale più importante della capitale. C’è poi il tema dei finanziamenti. La Regione Lazio è in ritardo tecnico sul saldo del finanziamento per l’esercizio 2010 del festival e, prima di impegnare nuove risorse per il futuro, vuole capire le regole del gioco e il peso che potrà far valere nelle decisioni strategiche di fondo. Nel frattempo, come segnale di buona volontà, ha messo sul tavolo della trattativa la fine dell’inutile competizione fra festival della fiction e quello del cinema. Faremo un passo indietro sulla fiction, hanno detto la Polverini e la Santini, a fronte dello sviluppo del mercato, di una maggiore razionalizzazione del sistema e, ovviamente, di una maggiore visibilità politica della Regione sul red carpet del cinema. Un invito rimasto senza risposte. Sullo sfondo incombono i due macrotemi. La riduzione della volontà di intervento della Direzione Generale Cinema del Mibac (il neo Ministro Giancarlo Galan, appena nominato, ha detto che in Italia c’è solo la Mostra del cinema di Venezia, una posizione che rischia di produrre effetti negativi proprio sul fiore all’occhiello del festival, il mercato, l’unica iniziativa romana sostenuta dal Ministero) e la crisi strutturale e d’identità del polo cinematografico pubblico della Capitale, Cinecittà Luce. Alcuni segnali positivi vengono però dal Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni che, senza esitazioni, è diventato ormai il quarto socio del manifestazione romana. Si tratta di una situazione molto complessa. È difficile immaginare come ne potrà venire a capo una politica che è distratta da divisioni e da incomprensioni. La soluzione però è a portata di mano e, con un salto di qualità, potrebbe far diventare la città di Roma il primo laboratorio politico d’eccellenza per il rilancio del sistema cinematografico. Un tavolo di lavoro congiunto e alla luce del sole dove far sedere, insieme con Galan, Alemanno e Polverini, anche Zingaretti, la Meloni e strateghi di sistema come Bettini. Sarebbe un bel gesto di coraggio. Un gesto responsabile. Che potrebbe essere esportato in altre regioni. Abbiamo parlato di Roma, infatti. Ma cosa succederà nei prossimi mesi a Venezia quando Galan dovrà discutere con il governatore del Veneto Zaia del futuro della Biennale? E a Torino quando la Lega di Cota e il Pd di Fassino, dopo le elezioni comunali, dovranno mettersi al lavoro sui destini della più potente film commission d’Italia e del terzo festival nazionale?


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sabato 26 marzo 2011

DOTTOR MORTE




“Ma lei crede in Dio?”, urla una manifestante per strada. Lui, Jack Kevorkian, più famoso con il soprannome di “Dottor Morte”, fa fermare la macchina, apre lo sportello e, alla ragazza, risponde: “Credo in Dio? Certo. Si chiama Johann Sebastian Bach”. Scambio di sguardi e poi, prima di ripartire, aggiunge: “Almeno il mio non è un dio inventato”. Il film “You don’t know Jack” di Barry Levinson, proposto in questi giorni agli abbonati di Sky e presentato in Italia al Roma Fiction Fest della scorsa estate, è un film che avrebbe dovuto attirare una maggiore attenzione critica da parte dei cattolici impegnati nella difesa del valore fondamentale della vita umana. La storia è quella vera del medico del Michigan che negli anni Novanta procurò “morte assistita” a 130 pazienti. Una vera e propria strage per il tribunale che alla fine lo condannò a venticinque anni di reclusione, una pena scontata solo in parte per motivi di salute. Interpretato da un cast stellare formato, fra gli altri, da Al Pacino, Susan Sarandon e John Goodman, e diretto magistralmente dallo stesso regista che nel 1988 vinse un Oscar con il film “Rain man – L’uomo della pioggia” con Dustin Hoffman, il film, in Italia, non ha suscitato dibattiti. Sono stati in pochi ad occuparsene sulle pagine dei giornali. Mirella Poggialini, su “Avvenire”, ha detto che si tratta di: “Un bel film tv fondato sulla cronaca, che fa raggricciare di orrore, con l'assenza lacerante della parola «pietà», sostituita da un acre concetto di contesa e ambizione. Un film-lezione, quindi, sorretto dalla verità dei fatti”. Aldo Grasso, su “Il corriere della sera”, se possibile è stato ancora più esplicito. “Il tema è difficile, spinoso, ma il prodotto è di ottima fattura e questa è la garanzia principale che si richiede in casi come questo”, ha scritto in un pezzo intitolato “Quando la fiction supera i talk show”. La tesi del film è che il dottor Kevorkian sia stato spinto dall’ambizione personale, dalla frustrazione professionale (inizia la praticare l'eutanasia dopo essere stato messo in pensione dal sistema sanitario americano) e, soprattutto, da traumi infantili (la prematura morte della madre). “Non il medico buono, colui che del malato si fa carico per curarlo e lenire la sua pena – ha scritto la Poggialini - ma il medico-giudice, che stabilisce con freddezza l'ora della morte e la procura con feroce determinazione, del tutto indifferente all'angoscia della vittima”. Il critico cinematografico di MyMovies, Giancarlo Zappoli, ha detto che il film “finisce così con il lasciarci con una domanda diversa rispetto a quella che ci potremmo attendere. Non ci viene chiesto di formulare una sentenza sul dottor Jack Kevorkian (lo hanno già fatto i tribunali). Ci viene invece chiesto di provare a pensare di vivere in una situazione di malattia terminale in cui il dolore domina irreversibilmente e di porci una domanda che non riguardi ciò che vorremmo imporre agli altri (sarebbe estremamente facile) ma cosa vorremmo per noi stessi”. Si tratta dell’ambiguità più evidente del film. Nella contrapposizione fra i due fronti, pro o contro l’eutanasia, il primo infatti alla fine risulta più credibile. I personaggi che affiancano il Dottor Morte sono meglio delineati e sono interpretati da attori molto amati dal grande pubblico. I loro oppositori invece sono raccontati in modo piatto e sono descritti come un’accozaglia di integralisti bigotti e senza cuore. Il “Dottor Morte”, viene raccontato nel film, non è una brava persona ma quello che fa è giusto. Un trucco drammaturgico che lascia lo spettatore con il vuoto di una domanda senza risposta. Manca insomma la dimensione etica e un giudizio morale esplicito. “Attraverso ricerche, interviste, filmati d'epoca conosciamo più a fondo un uomo, la sua vita privata, i suoi rapporti personali, la sua scelta professionale. Su cui, ovviamente, ognuno è libero di opporre le proprie convinzioni – spiega Aldo Grasso -. Ma rispetto ai dibattiti che nascono nei talk show, quando la cronaca preme, come nel caso Englaro, la fiction depura la vicenda dai suoi risvolti più ideologici e permette una riflessione serena, lontano dal dolorismo, dalla lagnanza, dall'implorazione. Del resto, il compito dell'arte è anche questo: cercare una mediazione estetica con cui affrontare le tragedie della vita”. Difficile essere d’accordo con questa interpretazione. La visione del film, infatti, diventa urticante proprio per la partigianeria “pro eutanasia” del racconto, una presa di posizione mascherata con l’ipocrisia e con la finta obiettività di una cronaca che però è appannata dal pregiudizio.

mercoledì 23 marzo 2011

Caos Cinema Italia

Virzì e Guadagnino litigano mentre sono in Usa per Oscar e Golden Globe. La D’Amico incassa con fair play, ma con faccia scura, l’epiteto di “collaborazionista” che il suo predecessore alla direzione della Casa del Cinema di Roma, Felice Laudadio, le lancia da un’affollata conferenza stampa. Nel frattempo gli autori cinematografici mandano a dire ai trionfatori della stagione, Zalone, Brizzi, Genovese e Albanese, che il loro non è vero cinema ma solo una specie di sottoprodotto della tv. Le altre associazioni di categoria (ma quante ce ne sono in Italia?) se la prendono con gli Enti Locali di Roma e del Lazio perché vogliono razionalizzare gli investimenti cinematografici nella Capitale dopo gli anni chiassosi ma un po’ confusi di Veltroni, Bettini e Marrazzo. Produttori, distributori e esercenti intanto si insultano a vicenda per la tassa di scopo sul biglietto cinematografico, prima richiesta al Governo e poi subito contestata. Per non farsi mancare nulla, c’è anche una contrapposizione tutta interna al cinema pubblico, con il presidente e l’amministratore delegato di Cinecittà Luce schierati pubblicamente contro il proprio azionista, il ministro Sandro Bondi. Tutto questo mentre Nanni Moretti minaccia sfracelli per un’anticipazione giornalistica non concordata sul suo nuovo film. E così via, all’infinito (non abbiamo citato, infatti, i guai della Fondazione Fellini, le frizioni a Venezia, i problemi che gravitano su Taormina, gli scontri fra intellettuali a Torino, le competizioni fra i grandi premi cinematografici italiani, gli strilli dei documentaristi, eccetera, e ancora bla bla bla). È un elenco da capogiro, con proteste, litigi e polemiche in un momento che tutto sommato è quello meno indicato per il malumore. Le cose infatti, dopo anni di incertezza, hanno preso la giusta direzione. Addirittura in controtendenza con ciò che accade nel resto del mondo, si registra una presenza in crescita del pubblico nelle sale, un maggiore interesse per i film italiani e un’inedita e commovente vampata di moderna professionalità nella nuova generazione di imprenditori del cinema. Ma invece di fare festa è scoppiato il caos. Un vero e proprio “caos cinema Italia”. Una sorta di guerra fratricida di tutti contro tutti. Con battaglie sibilate a labbra strette, cose dette a tizio perché vengano riferite a caio e con scaramucce strillate vacuamente sulle agenzie di stampa. Maria Rosa Mancuso, sul Foglio, li ha chiamati i “cinepiagnoni”. Una definizione brillante e tristemente azzeccata. Rimane quindi una sola domanda: perché? Perché il cinema italiano si caratterizza per questa sua paradossale e parossistica capacità di litigare (manco fosse il villaggio gallico di Asterix e Obelix)? La risposta potrebbe essere complessa ma, nello stesso tempo (ed è questo il timore più grande) anche fin troppo semplice. Diceva Pio XII, che «il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato». Alcuni protagonisti del cinema italiano, quelli più litigiosi, sembrano animati da un anacronistico spirito conservativo. Sono conservativi e suscettibili. Temono di perdere i privilegi acquisiti e così si arrabbiano per un nonnulla. Sono sempre in guerra. Contro il ministro, contro il comico fortunato, contro il collega più giovane, contro i giornalisti. Con la giusta distanza e con più serenità si potrebbero fare analisi più simili a quelle del bambino della favola di Andersen che all’improvviso grida “il re è nudo”. Non da noi. Il problema vero infatti è che la giusta distanza è stata annullata. Troppi conflitti di interesse, troppe poltrone da difendere digrignando i denti, troppe inadeguatezze personali da nascondere con la demagogia. Un mio caro amico, un anziano sacerdote che ne ha viste tante, una volta che mi trovò parecchio agitato (inveivo contro il mondo), mi chiese: di cosa hai paura? Già, di cosa abbiamo paura? 
P.S.: nel suo piccolo anche questa rubrichetta (“temini” li chiamava il critico cinematografico del Corriere della sera, Giovanni Grazzini) ha suscitato il suo vespaio. Qualcuno si è lamentato. Alcuni con affetto, con garbo e con qualche ragione. Altri invece... Ma di cosa hanno paura?


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sabato 5 marzo 2011

Francesco Bolzoni, il sorriso del critico

Francesco Bolzoni, critico cinematografico del quotidiano “Avvenire” è stato per molti anni anche la firma di punta della “Rivista del cinematografo”. L’ho conosciuto quando io ero ancora un ragazzo con molti capelli e molte e confuse idee e lui, invece, era già un critico affermato ed esperto. Eravamo a Venezia, a una delle prime Mostre del Cinema che ero stato chiamato a seguire per conto dell’Ente dello Spettacolo. Gli chiesi la cortesia di dedicarmi qualche minuto. Rinunciò alla proiezione mattutina di un film per parlarmi. Con un sorriso che gli saliva spontaneamente negli occhi, ti guardava dritto in faccia, si accendeva una sigaretta e iniziava a parlare.
Ricordo bene i miei sentimenti di allora: fin da subito provai il desiderio ingordo di non interromperlo e di stare ad ascoltarlo per ore. Rimanemmo a lungo sotto il sole e la sua agenda delle proiezioni quotidiane ne fu stravolta. Ascoltarlo era un piacere, una soddisfazione per l’animo assetato di un ragazzo che si stava avvicinando con qualche perplessità al complesso mondo del cinema. Pranzammo insieme e alla fine mi salutò con la promessa di darmi una mano. La sua amicizia, da quel momento, non venne mai meno. Il suo approccio critico al fenomeno cinematografico nazionale e internazionale è stato sempre caratterizzato da un’assoluta libertà di giudizio. Iscritto di diritto nel ristretto club dei critici cattolici, è stato un maestro di originalità di pensiero e un nemico naturale della omologazione delle idee.
Dopo alcuni anni passati insieme, gomito a gomito, all’Ente dello Spettacolo, ebbi un’idea che fu proprio la sua autorevole libertà ad ispirarmi. Decisi di convocare un inedito comitato scientifico per individuare la linea editoriale della nuova “Rivista del Cinematografo”. Ne fecero parte persone che erano molto diverse fra di loro, per estrazione e cultura, ma che erano in sintonia proprio per la loro spiccata autonomia intellettuale e critica. Erano Lietta Tornabuoni, la leggendaria giornalista de “La Stampa” di Torino, Fernaldo Di Giammatteo, direttore e animatore della collana di biografie “Castoro cinema”, laico e curioso (ricordo ancora le infinite discussioni su alcuni aspetti della cultura cattolica che lo avevano affascinato), Claudio Siniscalchi, docente di cinema della Lumsa, autore di saggi brillanti (fra gli altri “Cristo al cinema”, “La new age cinematografica”, ecc.) e inventore del concept del primo festival cinematografico del mondo organizzato insieme con il Vaticano, il “Tertio Millennio”. In questo gruppo ovviamente spiccava per la sua partecipazione mai banale alle discussioni proprio Francesco Bolzoni. I suoi interventi, nelle molte discussioni fatte insieme, non erano mai prolissi. Piuttosto preferiva l’affondo pungente, l’annotazione veloce, il sorriso sornione di una cosa non detta.
Con la sua morte sono stato costretto a ripensare a quel periodo e rimpiango di non aver mai pensato di registrare quelle stranissime riunioni di redazioni. Erano un fuoco di artificio di idee e di stimoli. Per molti anni Bolzoni è stato anche il vero animatore della Giuria del Premio “La Navicella – Sergio Trasatti” alla Mostra del Cinema di Venezia. Ci rivolgevamo quasi naturalmente a lui, alla fine, per la sintesi e la chiosa sulla decisione finale del regista da premiare per un film “attento ai valori umani e spirituali e corretto nel linguaggio”. Sono state proprie le sue battaglie a costringerci ad assegnare, a volte, alcuni premi inaspettati e poco prevedibili. Bolzoni mi è stato sempre a fianco, mentre crescevo professionalmente, con una lealtà rocciosa e con una generosità intellettuale rara da trovare nel mondo della critica cinematografica. Il luogo comune infatti è che la maggior parte dei critici non abbiano molte idee e che preferiscano conservare e proteggere per i propri articoli le poche illuminazioni sulle quali riescono a mettere le mani. Francesco, invece, non era così. Aveva tante idee da riempire gli scaffali e amava condividerle spontaneamente con le persone che gli stavano intorno. Ricordo ancora molto bene quella mattina a Venezia, la mia prima riunione con Bolzoni. Ci sedemmo nel giardino di uno dei tanti albergucci del Lido, mentre intorno a noi si agitavano troupe televisive giapponesi, neanche fossimo in un film di Fellini. Gli chiesi aiuto e qualche consiglio. E lui cominciò a parlare. E a parlare. Con quel sorriso che gli brillava negli occhi e che, per fortuna, ora è difficilissimo da scordare. Mi rimane il desiderio intimo di ascoltarlo ancora. E Il rimpianto, tutto sommato, di non averlo poi ascoltato quanto avrei dovuto. Adesso che, inaspettatamente, vengo colto impreparato dalla notizia della sua morte (come se stessi ancora aspettando il momento giusto per elaborare un nuovo progetto da fare insieme con lui) con un nodo in gola vorrei dirgli almeno grazie.