martedì 22 marzo 2005

Soldati italiani nel fango




di Andrea Piersanti




Soldati italiani nel fango della trincea, lanciati contro il nemico, sotto il fuoco incrociato dei bombardamenti, intenti a leggere le lettere dei loro cari, impegnati a mangiare il rancio sotto una pioggia battente. Sono immagini in bianco e nero, rubate in un momento di verità, e rappresentano il primo autentico shock dell’era moderna dei mass media. Mai il cinema aveva ripreso il dramma della guerra. Mai il pubblico aveva potuto partecipare così da vicino alla follia di quelle sanguinose carneficine.
Eroici furono i soldati destinati al massacro. Eroici furono gli operatori che portarono le macchine da presa nel disastro rumoroso e cruento della linea del fuoco.
È una storia che dove essere ancora raccontata ma che, soprattutto, deve essere ancora capita. Oggi i telegiornali internazionali ci hanno abituato alla freddezza “chirurgica” delle immagini dall’alto (una casa, che sembra disegnata sul televisore, esplode in una nuvola di fumo) e delle immagini della “visione notturna” (quel verde acido micidiale con segni graffiati che sembrano fuochi d’artificio alieni).
Ma allora, cento anni fa, le immagini che provenivano dal fronte della Grande Guerra, mostravano le macchie scure del sangue e il bianco delle ossa divelte dalla carne. Non c’era freddezza o distacco. L’operatore era accanto a chi moriva e lo spettatore quasi ne poteva sentire l’ultimo lamento.
Le platee si riempirono dell’orrore silenzioso della guerra. Un tipo di cinema che era caratterizzato dalla commozione e dalla pietà dell’uomo per l’uomo.
Si parla molto della moda del documentario storico. I programmi realizzati con il materiale in bianco e nero dei nostri archivi vanno in onda in prima serata e sfondano ogni record di ascolto.
L’opera che proponiamo ora ha però un significato in più. Il cinema d’azione contemporaneo ci ha in qualche modo assuefatti alla pornografia della violenza. Sparatorie e incidenti mortali inondano gli schermi delle grandi produzioni cinematografiche di tutto il mondo. Ma il sangue sintetico che corre copioso sullo schermo non svolge una funzione educativa. Anzi. Il pubblico ne reclama altro, come in una sorta di gigantesco colosseo mediatico.
L’orrore senza audio, discreto e infinitamente drammatico, delle immagini dei cinegiornali della Grande Guerra invece colpiscono oggi come allora. Furono uno shock allora, cento anni fa. Saranno un trauma anche per il pubblico smaliziato del Duemila. È questa la nostra scommessa.
Speriamo che lo schiaffo intimo e doloroso di queste immagini possa essere pedagogico. Ci illudiamo? Forse no. Mai come in questo caso, vale il detto: guardare per credere.



Prefazione a

La Guerra degli Italiani

Piero Melograni racconta la Guerra vista dagli italiani, in un volume di 319 pagine con oltre 440 immagini ed illustrazioni rare ed inedite provenienti dall'Archivio Storico dell'Istituto Luce. Il volume e' accompagntato da ben 4 DVD per un totale di oltre otto ore di filmati, per una panoramica a 360° su uno dei massimi e piu' tragici eventi della storia dell'umanita'.

mercoledì 12 gennaio 2005

Europa del '900 - Polemiche inutili


Caro Direttore la ringrazio per lo spazio che il suo giornale ha voluto dare alla nostra iniziativa “Europa del ‘900”. Si tratta della raccolta degli atti di un convegno svoltosi a Roma alla fine di giugno. L’idea è quella di aprire un dibattito, serio e articolato, sulla possibilità e l’opportunità di produrre un documentario (con il montaggio delle immagini dei cinegiornali di tutti gli archivi europei) sulla storia del Novecento europeo. La forte e appassionata reazione del vostro Settimelli è la dimostrazione che, come era prevedibile, questo dibattito sarà vivace. È inevitabile. Mi spiace solo che il pregiudizio abbia offuscato per un attimo le facoltà del vostro giornale. Il progetto è ancora nella fase embrionale. Il libro di cui voi parlate è solo l’annuncio di una volontà editoriale del Luce e non già il progetto stesso. Le foto di questo volume (c’è anche Picasso, proprio in copertina) intendono suggerire solo emozioni e non rappresentano una scelta di campo. Accusare il Luce, inoltre, di voler ignorare il dramma della Shoah è bizzarro. La Shoah Visual History Foundation (quella fondata da Spielberg), l’ANED (Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti), l’Associazione “Figli della Shoah” e alcune delle più importanti comunità ebraiche italiane e internazionali collaborano da mesi con il Luce per la produzione di documentari storici e per la ricostruzione e la gestione degli archivi audiovisuali. Mi spiace quindi per l’amarezza che traspare dalle parole di Settimelli. Il comitato scientifico del documentario sull’Europa del Novecento, se riusciremo a realizzarlo, sarà rigorosamente rappresentativo della pluralità delle interpretazioni storiografiche. A coordinarlo è stato chiamato proprio Valerio Castronovo. Si tranquillizzino i vostri lettori. È il metodo che abbiamo usato nel nostro passato recente (come nel caso del fortunato “La storia d’Italia” di Quilici), lo sarà a maggior ragione nel futuro. Mi incuriosisce invece il sentimento di scandalo espresso da Settimelli. Sembra un atteggiamento destinato a negare fin dall’inizio la possibilità di un dibattito. Come se, nella testa e nella cultura di Settimelli, non esistesse lo spazio per accogliere opinioni diverse dalle proprie. Un segnale inquietante nello stesso giorno in cui invece l’Istituto Luce da me presieduto dimostra, con il bellissimo “Private” di Saverio Costanzo, che il nostro atteggiamento editoriale è caratterizzato da apertura e da rispetto per le idee e i sentimenti di tutti. E quindi anche per quelle del vostro giornale. La mia lettera di oggi, infatti, è solo per amore della chiarezza e non ha intenzioni polemiche. Perché anzi la ricchezza di un dibattito così vivace non potrà che impreziosire il nostro lavoro. Con gratitudine per l’attenzione, Andrea Piersanti


Lettera a L'Unità

sabato 1 maggio 2004

Anni formidabili

di Andrea Piersanti

Sono stati anni formidabili. Sono stati anni di cui sono grato al Signore. Dal 17 dicembre del 1993 al 7 aprile del 2004 sono stato alla guida dell’Ente dello Spettacolo. È stato un onore raro. Adesso la mano passa all’amico Dario Edoardo Viganò, docente presso la Lateranense di Roma e grande esperto di cinema. Ci conosciamo da molti anni e ci sentiamo uniti nello spirito di servizio e di obbedienza alla Chiesa. Viganò sa bene quale compito lo aspetta ora.

L’Ente dello Spettacolo, da quasi un secolo, rappresenta uno degli avamposti della cultura cattolica nel mondo dei media. Guidarlo in questi ultimi dieci anni non è stata una passeggiata. L’Italia, subendo una forte spinta laicista, è passata dalla prima alla seconda Repubblica. Nello stesso periodo, grazie alla straordinaria forza spirituale di Giovanni Paolo II, il mondo intero ha potuto partecipare da protagonista all’evento unico del Giubileo del Duemila, il primo della storia della Chiesa con una giornata dedicata specificatamente al cinema e allo spettacolo. Ma questi sono stati anche gli anni della rivoluzione della comunicazione con il fenomeno dei telefonini e l’esplosione di Internet.

A guardare indietro queste cose, ci sono oggi pochi rimpianti. Sul fronte delle tecnologie della comunicazione, l’Ente dello Spettacolo ha guadagnato infatti un primato assoluto: siamo stati i primi a portare Internet nel cinema italiano e il nostro website è ancora oggi un punto di riferimento ineludibile per tutti. La “Rivista del Cinematografo” non è mai stata così bella (non siamo noi a dirlo ma si tratta dell’opinione condivisa da mezzo cinema italiano).

Grazie alla sempre puntuale attenzione dei vertici della Cei e del Cardinale Camillo Ruini, l’Ente dello Spettacolo era, d’altra parte, all’assemblea dei Vescovi di Collevalenza del 1996 quando venne lanciato il progetto della Fondazione “Comunicazione e Cultura” e, soprattutto, della televisione “Sat 2000”.

Abbiamo vissuto, pienamente operativi, anche l’appuntamento giubilare con il nostro Festival “Tertio Millennio”, nato grazie alla collaborazione preziosa del Pontificio Consiglio della Cultura guidato dal Cardinale Paul Poupard, del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali guidato da Mons. John P. Foley e della Filmoteca Vaticana guidata da Mons. Enrique Planas.

Essere il presidente dell’Ente dello Spettacolo in questi anni non è stato quasi mai facile ed è stato sempre faticoso. Ma, grazie al Magistero della Chiesa e alla magnifica lezione del Pontificato di Giovanni Paolo II, questo lavoro si è potuto riempire ogni giorno di bellezza e di verità.

Ci vorrebbe un libro, e non le poche righe di un editoriale, per cercare di restituire il giusto fascino ad un’avventura che è stata umana prima ancora che professionale. Allora, per non fare torto ad una storia troppo grande per essere contenuta in questa pagina, approfitto dello spazio per salutare e ringraziare tutte le persone che in questi anni hanno voluto condividere i momenti di gioia e quelli di sconforto. Mi sarà impossibile citarle tutte ma a tutti loro sarà sufficiente (ne sono sicuro) che io ne ricordi una sola: Sergio Trasatti, presidente dell’Ente dello Spettacolo dal 1980 a quel disgraziato 16 dicembre del 1993, grande maestro di giornalismo e di professionalità, maestro insostituibile di umiltà e di dignità.

Ricordo che pochi giorni dopo la sua morte improvvisa, mi ritrovai a commemorarne la scomparsa con amici e colleghi in occasione della presentazione di un suo libro (che purtroppo lui non fece in tempo a vedere), “La Croce e la stella”, Mondadori. Con le lacrime represse violentemente in gola, riuscii ad esprimere un solo sentimento, quello della gratitudine. Gli sono stato veramente grato per tutto quello che volle insegnarmi.

Ora, a distanza di dieci anni dalla sua morte, lascio la presidenza dell’Ente dello Spettacolo e mi stacco così da un pezzo importante della mia vita. In questi anni, molte volte mi sono trovato in estrema difficoltà e il lavoro all’Ente dello Spettacolo non è mai stato facile, neanche una volta. Ma ora, a distanza di dieci anni, il mio sentimento di gratitudine nei confronti di Trasatti è immutato. Così come è enorme la riconoscenza che provo verso tutte le persone che in questi anni hanno voluto accompagnarmi. Non c’è un solo minuto di questi venti anni passati all’Ente dello Spettacolo che vorrei cambiare. Non c’è un solo minuto che avrei voluto vivere altrove. Questa consapevolezza mi accompagnerà nei prossimi anni.

pubblicato su La Rivista del Cinematografo nel mese di Maggio del 2004